Bucato

L’EVOLUZIONE DEL MODO DI FARE IL BUCATO A MALESCO E DINTORNI


la gronda
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Quando Malesco era ancora un villaggio di casupole per gli abitanti e di cascine per il ricovero del bestiame, le donne che si accingevano a lavare i panni, non avendo nelle vicinanze acqua abbondante e corrente, dovevano recarsi fuori dell’abitato, nei riali che scorrevano ad est (Rio Secco), ad ovest (Torrente Loana), a sud (Melezzo).
Le donne, con il gerlo in spalla carico di biancheria sporca, si recavano sul greto dei corsi d’acqua; sceglievano zone vicine alle sorgenti meno fredde e comunque esposte al sole.
Una di queste località prescelte si chiama “La Gronda”; si trova sulla sponda sinistra del Melezzo, in corrispondenza del ponte della strada statale 337.
Qui sceglievano sassi piatti e larghi, le LAVE, che disponevano a piano inclinato verso l’acqua, poi si mettevano in ginocchio sui ciottoli e cominciavano a lavare; solo chi poteva si riparava le ginocchia con appositi stracci.
Insaponavano i panni, li lasciavano riposare, poi li sbattevano e, dopo averli sciacquati e strizzati, li riponevano nel gerlo e li riportavano in paese dove li lasciavano asciugare.
Nella Storia di Malesco scritta da Giacomo Pollini si legge che, per alleviare queste fatiche femminili, la comunità maleschese nel corso del 1800 favorì la costruzione nelle vicinanze dei corsi d’acqua di LAVATOI in legno, coperti, per proteggere le donne nelle stagioni fredde quando neve, gelo e lunghe piogge rendevano ancor più faticoso e penoso il loro lavoro.
Un lavatoio coperto fu costruito nel 1840 lungo il corso della Loana, proprio sotto l’antica strada che dal paese portava verso Santa Maria Maggiore; ma nel 1855 rimase asciutto a causa di un’alluvione che deviò il corso dell’acqua.
Per sopperire al bisogno di un lavatoio, nel 1860 ne fu costruito un altro in località “FONTANINO”; essendo alimentato da poca acqua e poiché in alcuni periodi dell’anno rimaneva addirittura asciutto, non fu mai molto frequentato. Il Pollini scrive che era ancora esistente alla fine del 1896.
In concomitanza con la costruzione dell’acquedotto che portava in paese l’acqua potabile, portato a termine in tre lotti nel 1894, si pensò di fare cosa utile e necessaria per le donne costruendo per loro in paese un edificio da utilizzare come LAVATOIO.
Fu scelto come luogo il giardino del Comune, situato a levante dell’Oratorio di San Bernardino; la costruzione fu avviata nel 1895.
Il progetto iniziale prevedeva la costruzione di 4 vasconi indipendenti l’uno dall’altro e un locale annesso destinato alla “BIAA”, cioè al bucato.
In realtà attualmente il LAVATOIO COMUNALE si presenta con la seguente planimetria:

Il tetto ha una copertura a quattro falde, in piode. Il portone d’accesso è sul lato ovest della costruzione, spostato a sinistra.
Il pavimento è in lastre grezze di pietra.
Sulle due pareti a destra e a sinistra dell’entrata si aprono due ampi finestroni alti due metri, che permettono una buona illuminazione del locale.
Lungo le pareti sono state posate, ad un’altezza di 50 cm dal suolo, grosse lastre di pietra che formano un’unica panchina d’appoggio.
Al centro del locale, a partire dalla parete di destra, troneggiano otto vasconi in granito, quattro per ogni lato.
Ogni vasca è lunga 190 cm, è larga 115 cm ed è alta esternamente 85 cm; ha un piano inclinato di lavoro largo 50 cm circa.
Internamente ha una profondità di 40 cm, è larga 60 cm ed è lunga 185 cm; pertanto, riempita, contiene circa 444 litri d’acqua.
Le tubature di carico sono due e, secondo l’intervista effettuata alla nonna PAOLA PIRONI nata nel 1907, quella più grossa porta l’acqua proveniente dal RIO SECCO e l’altro più piccolo porta l’acqua della sorgente che si trova in località PEZZIDI, sopra la strada che conduce a Finero.
Ogni vascone grazie alla notevole ampiezza permetteva a tre donne di lavare contemporaneamente, perciò nel lavatoio potevano trovare posto ben 24 lavandaie.
Esistevano REGOLE precise per l’utilizzo del lavatoio:

  • Chi usava una vasca, al termine del lavoro, aveva l’obbligo di scaricare l’acqua sporca, di sfregare le pareti interne e riconsegnare la vasca pulita alla lavandaia successiva.

  • Le donne si dovevano organizzare per lavare contemporaneamente nella stessa vasca e riservarne un’altra per il risciacquo.

Queste regole erano importanti poiché generalmente il lavatoio era più affollato nei giorni di brutto tempo, infatti, durante le belle giornate le donne dovevano dedicarsi ad altre attività in campagna, nei boschi, nelle stalle, negli orti…
Se in paese c’erano persone ammalate e comunque in difficoltà, le vicine lavavano gratuitamente la loro biancheria perché la solidarietà era un valore importante e condiviso.

  • Chi aveva ammalati contagiosi in casa prima di utilizzare il lavatoio pubblico doveva far bollire e disinfettare i panni nella propria abitazione.

  • Lavare i panni nelle fontane presenti nelle piazzette del paese era proibito: alle fontanelle si andava a raccogliere l’acqua da usare in casa e nelle vaschette si abbeveravano gli animali.

Il lavatoio rappresentava anche un luogo idoneo alla comunicazione e alla diffusione delle notizie relative alla piccola comunità: mentre lavavano, le donne si scambiavano informazioni e dicerie; per questo ancor oggi si usa il termine di LAVANDAIA come sinonimo di PETTEGOLA.
In modo più garbato diciamo che il lavatoio era luogo di incontro, meglio ancora un luogo di socializzazione.

La “BIAA” (Il bucato)
Le seguenti notizie sono state raccolte nel corso di un’intervista alla signora Paola Pironi, nata nel 1907, effettuata a scuola il 23 marzo 1999.

Due o tre volte l’anno, specialmente in Primavera ed in Autunno, nelle giornate particolarmente serene e ventose ogni massaia, aiutata da qualche vicina o parente, programmava la disinfezione e la sbiancatura della dote e dei panni di tutta la famiglia: faceva la BIAA, il bucato.
Veniva allestita nel cortile di casa una “FORNELLA” e acceso il fuoco alimentato con legna di ogni genere; sopra veniva riposto un grosso contenitore, la “CHEULERIE”, riempito di acqua che si portava ad ebollizione.
Intanto si preparava un altro contenitore, detto “BOGGIE”, cerchiato in ferro, simile ad una mezza botte.

la bogge
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Questo grosso mastello alto circa 80-100 cm poteva contenere fino a 70 litri; nella parte bassa aveva un foro, chiuso ermeticamente con un tappo e uno straccio.
Dentro venivano disposti i panni a strati nella seguente maniera: sul fondo quelli più rustici e sporchi, poi le fodere delle “BISACCHE” (materassi di foglie usati come giaciglio), sopra le lenzuola di canapa ruvida ed, infine, la biancheria intima, di cotone più delicato.
Il tutto era già stato precedentemente bagnato e ben insaponato; il grosso mastello veniva coperto con uno spesso tessuto detto “DRAPUN”.
Si prendeva della cenere di legno di faggio precedentemente setacciata con cura e la si disponeva sul drapun a formarne un discreto strato: questa cenere faceva da sbiancante.
Si versava ora l’acqua bollente nella “boggie”, favorendo il filtraggio della cenere, fino a coprire completamente la biancheria. La si lasciava riposare cosî per una notte intera.
Il giorno dopo si toglieva il tappo del mastello; il liquido, detto “SMEI”, che usciva veniva raccolto e nuovamente riscaldato fino all’ebollizione e versato dall’alto; il procedimento doveva essere ripetuto almeno due volte con la cenere e due volte senza cenere, in base, comunque, al grado di sbiancatura che s’intendeva ottenere.
Al termine dell’operazione, tolta l’acqua grigiastra, i panni venivano recuperati e risciacquati abbondantemente nelle vasche del lavatoio pubblico; poi, dopo aver strizzato le lenzuola grosse e pesanti con il sistema della doppia avvolgitura, si procedeva alla stenditura.
Quando il tempo era bello, i panni venivano sciorinati nei prati fuori paese, in spazi appositamente recintati, per preservarli dagli animali al pascolo.
Il bucato era curato a vista dai proprietari per evitare eventuali furti: la biancheria era allora un bene prezioso.
Se il clima non lo permetteva, si cercavano, con il permesso dei proprietari, grandi solai arieggiati o balconate soleggiate dove i panni venivano stesi ad asciugare su fili o su bastoni.
Le lenzuola venivano piegate accuratamente quando non erano ancora completamente asciutte, ma piuttosto “PASS”, cioè leggermente umide e il loro stesso peso le pressava talmente che una volta asciutte sembravano stirate.

LAVATOI IN VAL VIGEZZO E IN VAL CANNOBINA

Poiché abbiamo letto che nel secolo scorso era vanto di ogni paese possedere per le donne un luogo idoneo dove lavare i panni, ci siamo documentati per raccogliere notizie dei lavatoi presenti in Val Vigezzo e in Valle Cannobina.
Abbiamo così verificato che alcuni sono stati ristrutturati e in qualche caso sono ancora utilizzati.
Altre costruzioni necessitano di interventi conservativi urgenti; ci sono anche lavatoi pubblici ridotti ormai a ruderi.
Passando in rassegna i vari agglomerati, abbiamo raccolto le seguenti notizie:

A Coimo ci cono due lavatoi: uno in Via Bonari e uno in via Mozio, fuori paese, che sfrutta una sorgente di acqua tiepida.
A Druogno il lavatoio si trova in località Cadone, sulla via che porta ad Albogno.
A Gagnone esiste un lavatoio detto “Funtanascia” in Via Domodossola e ad Albogno in località Lutta.

A Toceno ce ne sono due: in Via Benefattori, località Marcia e in via per Craveggia.

A Craveggia il lavatoio si trova sulla mulattiera “La Scursuria”.

A Santa Maria Maggiore il lavatoio si trova in Via Roma; è stato ristrutturato ed è tuttora utilizzato.
A Buttogno il lavatoio è in Via Magenta.

A Malesco si trova nella Piazza della Chiesa.
Il lavatoio di Finero si trova sulla strada per Provola; è stato utilizzato fino allo scorso anno dalla signora Ersilia Dresti; ora qualcuno vi si reca a lavare tappeti.

A Villette il lavatoio si trova sulla strada che porta a Re, sotto l’edificio sede del Comune.

A Re è in Via Lavatoio, a Folsogno uno è in via Lavatoio Vecchio e uno in via Lavatoio Nuovo.
A Dissimo il lavatoio è in Piazza e a Olgia è al Riale.

In Valle Cannobina si possono ammirare strutture di LAVATOI a:
Gurro: uno chiamato “a Rastra”.
Cavaglio: uno lungo la salita per Burrone; uno vicino alla cappelletta della Madonna delle Grazie; uno in Via Ganna, coperto a volta in sasso.
Gurrone: uno costruito nel 1920.
Soscraggio: uno costruito nel 1881.
Falmenta: uno costruito nel 1935; altri, ben 14, sono presenti nelle varie piccole località del comune.
Crealla: uno in località “Arlong”.
Spoccia: uno in Via Castello; uno ad inginocchiatoio in via Vittorio Emanuele.
Di particolare interesse è il lavatoio presente a Cursolo in località “Cuslor”. Si tratta, infatti, di uno dei pochi lavatoi nei quali l’acqua che si versa nelle vasche scorre non in tubature di metallo, bensì negli originali canali di pietra.
Esternamente, a ridosso del muro, c’è ancora una vasca che doveva essere utilizzata obbligatoriamente per lavare i panni dei malati infettivi.
Pensiamo che questo lavatoio pubblico di Cursolo dovrebbe essere valorizzato, prevedendo interventi volti a conservare le attuali caratteristiche che lo rendono quasi unico: pensiamo che possa essere proposto come segno culturale da far conoscere e da trasmettere alle future generazioni.

La “LESSIVEUSE” o LISCIVATRICE

la liscivatrice
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Tra il 1920 e il 1930 fu inventato un nuovo attrezzo in lamiera zincata che rendeva più semplice la bollitura della biancheria, con minor fatica per le lavandaie.
Era costituito da un grosso mastello alto circa 50/60 cm, a forma di tronco di cono; il diametro della base inferiore era di circa 40 cm e quello della base superiore di 60/70 cm. Poteva essere chiuso ermeticamente mediante un coperchio.
All’interno presentava un condotto estraibile fatto a tubo che si allargava verso l’alto: la parte superiore era forata per permettere l’uscita dell’acqua bollente, secondo il principio che regola il funzionamento della caffettiera MOKA.
Veniva inserito il tubo centrale nel contenitore riempito di biancheria insaponata; si aggiungeva della liscivia o un sacchetto contenente cenere di faggio setacciata, lo si copriva bene e lo si metteva a bollire per diverse ore sul fuoco.
L’acqua più vicina al fuoco, quindi più calda, risaliva dal tubo centrale e ricadeva bollente sui panni e sulla cenere, poi tornava lateralmente in basso per riscaldarsi e ricominciare il processo.
In tal modo, la biancheria subiva un continuo procedimento di sbiancatura.

LAVATOI PRIVATI

I lavatoi privati erano presenti inizialmente solo nelle case dei benestanti.
Col passare del tempo, negli anni ’30 e ’40 ogni massaia che avesse posseduto una propria casa con un cortile, una legnaia o un ripostiglio, si faceva costruire nel proprio possedimento un piccolo ambiente riservato al bucato; la rete idrica diramata quasi in ogni casa del paese permise di poter fornire d’acqua ogni abitazione.
Passando in rassegna la parte più antica del paese abbiamo scoperto piccoli lavatoi privati in quasi tutte le case, anche in cantine ben illuminate.
Si tratta di vasche più o meno capienti, ad uno o due invasi, di sasso o di cemento.
Chi possedeva il lavatoio a due vasche, nella seconda poteva insaponare, fregare con le spazzole di saggina, sbattere i panni e poi nella prima vasca risciacquare i panni nell’acqua limpida.
Altri lavatoi costruiti in solido cemento, ad una o due vasche, si diffondevano sempre più e venivano disposti nei cortili, esposti al sole e alcuni sono ancora oggi usati saltuariamente per il lavaggio dei tappeti e di altre cose ingombranti.
Nel lavatoio ad un invaso, prima si lava poi si ricambia l’acqua completamente togliendo il tubo del “troppo pieno”, quindi si usa altra acqua pulita per il risciacquo.

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La ricerca è stata effettuata nel corso dell’anno scolastico 1999/2000 dai seguenti alunni della classe 4° delle Scuole Elementari di Malesco:
AMODEI FABIO
BARBIERI DANIELE
BESANA FABRIZIO
BESANA MATTEO
CERUTTI LORENZO
FROSIO MARCO
MELLERIO BORIS
Con la coordinazione delle insegnanti
BERGAMASCHI CRISTINA e PIRONI MARGHERITA

Il lavoro è stato realizzato mediante:

  • Visita ai lavatoi
  • Visita ad antiche case del paese
  • Interviste a persone anziane
  • Intervista registrata effettuata a scuola alla signora Paola Pironi
  • Fotografie di strutture e strumenti
  • Disegni realizzati dagli alunni
  • Consultazione dei seguenti testi:
    • G.Pollini, “Malesco”, 1°ed.1896
    • Cleto Barera, “Nostalgie Vigezzine”, Novara 1994
    • Cirillo Bergamaschi, “La vita quotidiana in Valle Cannobina nell’ultimo secolo”, Verbania 1997



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